Forlani (Inapp): “Non possiamo restare un Paese benestante con queste dinamiche demografiche e sociali”
Si può rimanere un Paese benestante nonostante l’invecchiamento della popolazione? “Se proiettiamo al futuro le variabili che abbiamo alle spalle, la risposta è no”, incalza il presidente dell’Inapp, Natale Forlani, intervistato da Maurizio Molinari. Con l’invecchiamento, argomenta, “aumentano le persone a carico, diminuiscono la ricchezza disponibile, diminuiscono la possibilità di utilizzare le tecnologie e con esse uno dei principali fattori che aumentano la produttività: tutte le proiezioni danno una caduta del prodotto interno lordo”. A complicare il quadro c’è il fatto che nei prossimi dieci anni “si esaurirà il ‘dividendo dei baby-boomer’: la generazione che ha retto l’impianto di prestazioni sociali si sposterà in pochi anni dall’essere produttore-contribuente ad essere a carico”. Nei numeri dell’Inapp, si tratta di 6,1 milioni di persone che usciranno dal mondo del lavoro senza che i giovani disponibili bastino a sostituirli. Un quadro aggravato da alcune criticità evidenziate da Forlani: “Il tasso di occupazione è di nove punti inferiori agli altri Paesi comparabili, significa avere 3 milioni di occupati in meno. Su questa base di svantaggio, aumenta il mismatch: le opportunità di lavoro sono superiori all’offerta disponibile. E non si tratta solo delle fasce ‘poco attrattive’, ma di tutta l’ossatura di mestieri che hanno formato il sistema produttivo italiano: dipendenti e autonomi “competenti””. Per Forlani, a questo punto siamo arrivati non tanto per la “globalizzazione che non ci ha penalizzato, anzi la nostra industria esportatrice – per quanto piccola – dimostra di dare il meglio proprio in questo contesto. I tre milioni di posti di lavoro che ci mancano afferiscono a sanità, lavoro di cura, istruzione e quindi nel pubblico impiego che è trasversale a questi settori”. Eppure, dal 2008 al 2024 la nostra spesa assistenziale trasferita alla Gias (il fondo dell’Inps per gli interventi assistenziali dell’istituto) e quindi sostenuta dalla fiscalità generale è esplosa “da 78 a 180 miliardi”. Ciononostante “abbiamo compiuto un capolavoro, raddoppiando il numero di poveri”. Un problema di distribuzione delle risorse che per il presidente Inapp è bene esemplificato dall’evoluzione dell’Isee: l’indicatore reddituale-patrimoniale in base al quale le famiglie hanno accesso alle prestazioni. Ce l’hanno oltre 30 milioni di persone: “Un intero popolo si è abituato a stare a carico dello Stato. Il risultato è che tutti i provvedimenti introdotti, anziché cogliere il bersaglio, inseguono una pluralità di promesse elettorali che non possono essere soddisfatte”. A furia di “bonus della durata di uno o due anni abbiamo impoverito il ruolo di distribuzione dello Stato: secondo la nostra analisi, il 52% dei beneficiari delle prestazioni non dovrebbero partecipare alle misure, mentre il 40% degli aventi diritto non partecipa. Da una parte creiamo povertà, dall’altra alimentiamo una partecipazione opportunistica di milioni di persone alle misure di assistenza. Fenomeni di massa che sottraggono 3 punti di Pil a sanità, lavoro di cura e istruzione. Ambiti, per altro, che consentirebbero di incidere sui territori più in difficoltà e sulla componente di lavoro femminile, che in questi comparti è più forte”.