Le prime pagine di Repubblica, dal 1986 al 1995: un sovraccarico di storia

C’è come un sovraccarico di storia nel secondo decennio di vita di questo giornale: 1986-1995. Molte cose cambiarono, altre parvero cambiando, restando in realtà sé stesse ma lasciando prevalere al momento il fragore della caduta. In realtà stava cambiando il mondo se solo si pensa alle due date fatali: 1989crollo del Muro; 1991dissoluzione dell’Unione Sovietica dopo 69 anni di vita.

Il segretario del Pci Enrico Berlinguer aveva anticipato che si stava esaurendo la “spinta propulsiva” della Rivoluzione d’ottobre e dell’Urss. Nessuno però avrebbe detto che l’insieme degli avvenimenti avrebbe accelerato la corsa verso la fine toccando quella velocità.

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Roma, 1975. Corrado Augias, Andrea Barbato e Eugenio Scalfari prima del lancio di Repubblica

Roma, 1975. Corrado Augias, Andrea Barbato e Eugenio Scalfari prima del lancio di Repubblica

Tuttavia, se si dovesse scegliere una data, una sola, nell’affollarsi di tanti accadimenti tutti di capitale importanza, credo che sarebbe corretto pensare alle elezioni politiche del marzo 1994. Il cosiddetto Polo della Libertà guidato da Silvio Berlusconi vinse con quasi il 43 per cento dei voti (366 seggi su 630 alla Camera). Quel governo durò in realtà solo pochi mesi, cadde già nel gennaio del ’95. Un dato però supera le circostanze politiche del momento per diventare storia: le elezioni del ’94 segnarono la fine dei partiti tradizionali compresi i due più grandi, Democrazia cristiana e Partito comunista, che avevano accompagnato, sorretto il Paese, durante la guerra di liberazione dal nazifascismo, la stesura della Costituzione, la ricostruzione di un Paese uscito a pezzi dalla guerra voluta da Mussolini a fianco del regime criminale nazista.

L’homo novusSilvio Berlusconi, arrivava a Palazzo Chigi digiuno di storia politica, carico di un gigantesco conflitto d’interessi, con il pensiero fisso più alle sue aziende che alle sorti del Paese. A pensarci oggi, dopo tanti anni, l’Italia anche in quell’occasione indicò senza volere una strada. Al netto di ogni differenza di scala tra il nostro Paese e gli Stati Uniti, che altro è Donald Trumpo se non Berlusconi elevato di potenza? Trump aggiunge forse una vena di follia che Berlusconi certo non ebbe, attento com’era a giocare le sue carte con furbizia mercantile, spinta talvolta fino all’insolenza, ignorando storia, dottrine politiche, le regole scritte e non scritte di una democrazia repubblicana.


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Quello fu il punto di svolta. La rottura storica dalla quale, dopo più di trent’anni, non ci siamo ancora ripresi del tutto.

Poi c’è Mani Pulite, ovviamente. Il 17 febbraio 1992 venne arrestato Mario Chiesa mentre intascava una tangente di 7 milioni di lire dal Pio Albergo Trivulzio, che i milanesi chiamano “la Baggina”. Un “mariuolo”, lo definì a caldo Bettino Craxi; in realtà cominciava con effetto domino la valanga di Mani Pulite che avrebbe travolto uomini e cose, spesso al di là delle intenzioni dei vari protagonisti – al di là, possiamo aggiungere oggi, di quanto sarebbe stato desiderabile.

Lo sguardo storico su quegli anni non può ignorare il panorama mondiale all’interno del quale i nostri eventi si verificarono. Nella spartizione del mondo tra superpotenze, stabilita a Yalta in Crimea nel febbraio 1945, l’Italia era stata assegnata al blocco occidentale. In realtà la sua collocazione geografica in mezzo al Mediterraneo segnava una linea di confine tra i due mondi divisi dalla guerra fredda. La caduta di quel mondo non poteva non comportare anche profonde conseguenze interne.

Mani Pulite ne fu conseguenza diretta? Porre la questione in termini così brutali è sbagliata, certo non poteva resistere un Partito comunista come quello italiano, il più numeroso dell’Occidente.

Con un coraggio alimentato dalla disperata volontà di sopravvivere comunque, Achille Occhetto annunciato alla Bolognina, 12 novembre 1989, la fine del vecchio, glorioso Partito comunista sostituito da una nuova formazione democratica, il Pds, Partito democratico della sinistra. Il Muro di Berlino era caduto solo tre giorni prima.

Qui si potrebbe aprire una breve parentesi che incrocia la storia di quel partito a quella di questo giornale che è sempre stato “indipendente ma non neutrale”, come ha scritto il direttore Mario Orfeopresentando l’iniziativa di queste prime pagine.

Quando Repubblica uscì, nel 1976, il suo era un dichiarato orientamento socialista. Poi, dopo l’avvento di Craxi alla segretaria del Psi e l’assassinio di Aldo Moro ad opera delle Brigate Rosse, la sua linea cambiò trasformandosi in una vicinanza critica al Partito comunista nel tentativo di strapparlo all’abbraccio divenuto soffocante dell’Unione sovietica, per portarlo all’interno della socialdemocrazia europea. Sarebbe difficile dire, credo, in qualche misura ebbe peso la spinta impressa da Eugenio Scalfari e da questo giornale. In ogni caso quello fu l’approdo, quando però stava già venendo giù tutto.

Tanti altri fatti trovano posto in quel decennio durante il quale davvero la storia cambiò cavalli, come si diceva nell’Ottocento. L’assassinio di Falcone, la cattura di Totò Riina, gli otto referendum abrogativi nell’aprile 1993 che andavano da una riforma elettorale a norme sul nucleare. Erano stati promossi dai radicali di Marco Pannella e da Mario Segni, ebbero un’affluenza del 77 per cento segnando nei fatti il ​​possibile inizio di una seconda repubblica.

Sul piano internazionale il lettore troverà altre pagine di portata storica. Segnalo i cosiddetti accordi di Oslo tra Rabin e Arafat, 1993, punto di massima vicinanza mai più raggiunto nella tormentata storia del Medio Oriente. Yitzhak Rabin lo pagherà caro, un fanatico ebreo lo ucciderà a colpi di pistola un paio d’anni dopo, novembre 1995.

Da ultimo, ma non dal punto di vista della psicologia di massa, segnala la finale persa dalla Nazionale di calcio ai rigori col Brasile, 3-2. Possiamo considerare quella sconfitta un segnale anticipatore dell’attuale disastro? Difficile dire, forse no, certo che a Pasadena il 17 luglio 1994 gli errori ai rigori, in primo luogo quello famigerato di Roberto Baggiogettarono un’ombra mai più dissipata.

C’è molto altro, come il lettore vedrà sfogliando il fascicolo, non a caso abbiamo parlato di un sovraccarico di storia.

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